Mi sono innamorato dell’Ariosto. Un uomo che lancia da lontano un monito alla faciloneria.

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Seguendo le pagine croccanti e profumate di un vecchio libro dell’ottocento, il vecchio prof continuava a trasmettermi il medesimo senso con diverse parole: “è un lavoro che richiede una pazienza che solo la passione può darti ma vedrai…ti perderai in un mondo che ora ti sembra passato… ma scoprirai il presente”.

Se scrivessi ora quello che pensavo in quei giorni ne uscirebbe solo un asettico, quantunque a tratti appassionato modo, di trasmettere alle future generazioni digitali un po’  di quel mondo analogico che stiamo perdendo. Un adesione a un progetto in cui ho creduto, insieme a tanti altri curatori, di una biblioteca digitale del passato. Ci sentivamo come tanti copisti del nuovo millennio. Un Alessandria moderna, come la definì un amico, forse per darsi e darci coraggio, ma nulla più e il suggerimento del prof non avrebbe trovato spazio in questi brevi paragrafi, non avendolo recepito, allora. Ora posso dire di aver capito. E che il prof aveva ragione. Ma come sempre, come una Legge universale impone, devi chiudere gli occhi e fare. Poi capisci. Capisci che confondiamo il fine con il mezzo. E che il fine non era e non è l’atto. Ma quello che ne deriva. E anche questo fa parte di quella Legge universale  in cui tutti noi siamo immersi come pesci in un immenso mare, e un po’ di quel mare lo discerni in ogni cosa, anche in un lavoro che sembra inutile, in un’opera di un passato remoto che, con il tempo, si rivela eterno presente.

  Trentennale fedeltà che ha dell’eroico e ci dice quali profonde radici avesse la poesia nella vita dell’Ariosto, quale grave impegno fosse per lui quel che ad altri poté, e può sembrare ancora, un facile gioco. Molti sono stati i modi in cui generazioni di uomini si sono approcciati a L’ “Orlando Furioso”, fra tutti quello scolastico, a volte noioso come tutte le imposizioni, ovviamente a seconda del professore che uno si trova davanti: ci sono docenti in grado di farti amare qualcosa, prima trasmettendo la leggerezza, poi l’enorme lavoro di cesellatura, come il paziente e trentennale impegno con cui Ludovico Ariosto ha saputo costruire un immenso mondo.

Cos’é il mondo umano per l’Ariosto: una serie di follie, di corse dietro a vane ombre, a chimere,  da cui derivano la disarmonia degli affetti, lo squilibrio dei fatti, il tumulto delle ambizioni . Gli uomini inseguono la ricchezza, la felicità, la magia, l’amore, gli onori, la scienza, la gloria. L’umanità così veduta prende forma cavalleresca, ma resta sostanzialmente la stessa. I cavalieri sono presi da un perpetuo turbine: corrono, e appena giunti in vista di quel che volevano, subito un’altra ventata l’allontana, e la corsa riprende dietro a una donna, a un cavallo, a un elmo a una spada. Come gli uomini veri, come gli uomini di oggi, come noi.  Potrebbe essere definito il poema della disarmonia del mondo quello dell’Ariosto, rivelata attraverso la favola. Quanto tutto questo assomiglia a tutte le storie, alle fiction,  ai fiumi d’inchiostro che molte penne hanno versato e continuano a riversare. Quanto, poi, tutto diventa allegoria del nostro approccio umano, quello di tutti nessuno escluso, alla vita.

  Tuttavia, la gioia che provo nell’accingermi giornalmente alla sua trasposizione in bit non deriva da tutto questo. La gioia nello scoprire come l’Ariosto, nello scomporre e ricomporre la trama della vita le storie dentro la storia e gli intrecci che oggi qualcuno definirebbe “da onesto e buon artigiano” e come dalla disarmonia abbia creato l’armonia facendolo dalla prima all’ultima sillaba in perfetta regola di ottave dopo ottave, rime dopo rime, fu una delle prime gioie non lo nego. Nondimeno, la gioia che ora mi trasmette l’Ariosto è un’altra: Il sentir ripetere sillaba dopo sillaba che il sacrificio, la passione, la pazienza e il duro lavoro, erano sono e saranno la base e la differenza fra lo scrivere e il sedere davanti un foglio con una penna o meglio alla tastiera di un portatile, magari fra un amaro e un caffè, con la leggerezza di un momento libero.

 La genialità, la pazienza, la passione di un lavoro costruito in un periodo di trentennale cocciutaggine. Dove troviamo tutto quello che troveremmo oggi in diversi romanzi riuniti in uno, ma inquadrato in regole e rime, oso dire, matematicamente perfette. Non posso non amare questa genialità certo, ma ancora di più  l’esempio che sale dalle sue ottave, di come la scrittura sia lacrime sangue tempo sudore e, nel suo caso, una vita intera. Tutto è veloce oggi e le scorciatoie sembrano diventate la ricerca quotidiana. Tuttavia, le scorciatoie nascondono alla nostra vista panorami immensi. Bisogna camminare, faticare sotto il sole di un sentiero tortuoso, come quelli duri che fanno bruciare i muscoli delle gambe, quelli delle montagne maestose per intenderci, ferme; a regalarci panorami e visioni che ci avvicinano all’Assoluto.

E quindi:

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

  le cortesie, l’audaci imprese io canto,

  che furo al tempo che passaro i Mori

   d’Africa il mare, e in Francia nocquer

                                                  [tanto”

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